Donatella Nicolini vince il Premio Gina Lollobrigida all'83 Festival Internazionale del Cinema di Venezia
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Alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, la fotografa e formatrice Donatella Nicolini ha ricevuto la seconda edizione del Premio Gina Lollobrigida, promosso dal Ministero della Cultura e da Cinecittà. Un riconoscimento alla sua ricerca artistica sul corpo femminile e alla capacità di trasformare la fotografia di maternità in un linguaggio autoriale di respiro internazionale.
Un premio che racchiude il significato di un percorso
Ci sono riconoscimenti che celebrano un traguardo e altri che sembrano racchiudere, in un solo momento, il significato di un intero percorso.
Il 5 settembre 2026, in occasione della 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, ho ricevuto la seconda edizione del Premio Gina Lollobrigida. La cerimonia si è svolta all’Italian Pavilion, al Lido di Venezia, dove il riconoscimento mi è stato consegnato dal Sottosegretario di Stato alla Cultura Lucia Borgonzoni e dal Presidente di Cinecittà Antonio Saccone.
Il Premio Gina Lollobrigida è un’iniziativa congiunta del Ministero della Cultura e di Cinecittà, nata per mantenere viva l’eredità di una delle più grandi interpreti del cinema italiano e, allo stesso tempo, creare un ponte verso gli artisti che oggi continuano a raccontare l’Italia attraverso la creatività.
Come Gina Lollobrigida, attrice, fotografa e scultrice, il premio ha una vocazione multidisciplinare e può essere conferito a talenti provenienti dal cinema, dalla fotografia, dalla pittura, dalla scultura, dalla moda, dal design e dalle arti.
La motivazione: la maternità come linguaggio artistico
La motivazione ufficiale riconosce al mio lavoro la capacità di aver trasformato la fotografia in uno strumento di ricerca artistica e di rilettura dell’immagine femminile contemporanea, portando la fotografia di maternità oltre i confini della ritrattistica e rendendola un linguaggio autoriale riconoscibile a livello internazionale.
Nelle mie immagini, prosegue la motivazione, la maternità abbandona gli stereotipi di fragilità per rivelarsi come una condizione di forza, presenza e profonda consapevolezza.
Sono parole che mi hanno emozionata perché riconoscono non soltanto un’estetica, ma l’intenzione che sostiene ogni mia fotografia.
Fin dall’inizio della mia ricerca ho desiderato che il ritratto di maternità potesse occupare uno spazio diverso. Non una fotografia destinata semplicemente a documentare un momento privato, ma un’opera capace di raccontare il corpo materno con dignità, potenza e monumentalità. Un’immagine pensata per attraversare il tempo e diventare parte della storia visiva di una famiglia.
Da icona davanti all’obiettivo ad autrice dello sguardo
Ricevere un premio dedicato a Gina Lollobrigida ha per me un significato speciale.
Gina è stata per anni davanti all’obiettivo, icona assoluta di bellezza e protagonista dell’immaginario internazionale. Ma ha scelto anche di passare dall’altra parte, diventando fotografa e autrice del proprio sguardo. Non si è lasciata definire da un solo ruolo: ha trasformato la visibilità in libertà creativa e ha continuato a esprimersi attraverso linguaggi diversi.
È proprio in questo passaggio, da donna osservata a donna che decide come osservare e rappresentare il mondo, che ritrovo un legame profondo con il mio lavoro.
Anche il mio lavoro nasce dallo sguardo di una donna per le donne. La fotografia è il linguaggio che ho scelto per raccontare la mia idea di femminilità: forte, elegante e consapevole. Uno sguardo che non vuole soltanto rappresentare le donne, ma celebrarle e restituire loro potere.
Perché il modo in cui guardiamo e raccontiamo le donne contribuisce a costruire il modo in cui la società le percepisce.
Restituire alle donne il controllo della propria immagine
La fotografia non è mai uno sguardo neutrale. Il modo in cui scegliamo di ritrarre una donna può confermare stereotipi oppure aprire nuove possibilità. Può ridurla a un’immagine costruita per gli altri o offrirle uno spazio nel quale riconoscersi presente, consapevole e pienamente protagonista.
Nel mio lavoro ho sempre cercato di creare questo secondo spazio.
Fotografare una donna, per me, non significa semplicemente renderla bella. Significa ascoltarla, comprenderne la storia e costruire insieme un ritratto nel quale possa riconoscersi. Non un ideale distante da raggiungere, ma una rappresentazione capace di restituirle qualcosa che forse esisteva già e attendeva soltanto di essere visto.
Questo assume un significato ancora più profondo nella maternità. Per molto tempo il corpo materno è stato raccontato attraverso codici prestabiliti: dolce, rassicurante, quasi sempre privato della sua complessità. La mia ricerca nasce dal desiderio di mostrarne anche la forza, la sensualità, la monumentalità e la capacità trasformativa.
Trasformare la maternità in arte significa permettere a ogni donna di essere autrice e protagonista del proprio racconto, senza essere confinata in una sola definizione di femminilità.
Un ponte tra l’eredità di Gina e la contemporaneità
Nel conferirmi il premio, Lucia Borgonzoni ha sottolineato come il mio sguardo fotografico mostri con dignità e bellezza un’esperienza universale quale la maternità e il corpo femminile. Ha inoltre descritto il Premio come un ponte tra la memoria di una grande diva e i talenti contemporanei che continuano a raccontare l’Italia nel mondo.
Antonio Saccone ha ricordato Gina Lollobrigida come un mito fondativo per Cinecittà, capace di riunire bellezza, talento, energia e linguaggi artistici differenti. Nel mio lavoro ha riconosciuto una riflessione sul significato del bello e una ricerca capace di collegare l’eredità di Gina alla contemporaneità.
Questa idea di continuità mi è particolarmente cara. L’arte non vive soltanto nella memoria: continua ogni volta che uno sguardo del passato apre uno spazio per una voce nuova.
Il premio, un’opera d’arte in vetro di Murano
Anche la forma del riconoscimento racconta la complessità artistica di Gina Lollobrigida.
Il premio è un’opera in vetro di Murano, realizzata interamente a mano dal maestro vetraio Mario Furlan di Effe Vetreria Artistica, realtà appartenente al Consorzio Promovetro di Murano. Il vetro è stato plasmato in fornace durante la lavorazione a caldo e successivamente rifinito a freddo attraverso la molatura.
Su una base cilindrica in vetro nero, impreziosita da incisioni a punta diamantata, si innalza una figura in cristallo attraversata da tonalità opaline e rosse. La figura vuole evocare Gina, avvolta da un nastro di cristallo inciso come una pellicola cinematografica. L’opera poggia infine su un disco a forma di tavolozza, richiamo alla sua profonda passione per l’arte.
Ricevere un’opera che riunisce cinema, fotografia, scultura e tradizione artigianale veneziana ha reso questo momento ancora più significativo.
Un ringraziamento alle donne che rendono possibile ogni immagine
Sono profondamente grata al Sottosegretario di Stato alla Cultura Lucia Borgonzoni, al Ministero della Cultura, al Presidente Antonio Saccone e a Cinecittà per questo importante riconoscimento.
Ma questo premio appartiene anche a tutte le donne che, negli anni, hanno scelto di affidarsi al mio sguardo. Ogni ritratto nasce dalla loro presenza, dalla loro storia, dal loro coraggio e dalla fiducia con cui accettano di mostrarsi. Senza di loro, la mia ricerca non potrebbe esistere.
Penso alle donne che sono entrate nel mio studio in un momento di trasformazione e ne sono uscite guardandosi con occhi diversi. Penso alle madri, alle famiglie e alle storie che mi è stato concesso di custodire. Penso a tutte le volte in cui una fotografia è diventata qualcosa di più di un ricordo: una testimonianza, un’eredità, una dichiarazione di esistenza.
Il modo in cui scegliamo di guardare le donne contribuisce a definire lo spazio che possono occupare nel mondo.
Ricevere il Premio Gina Lollobrigida non rappresenta per me un punto di arrivo.
È un invito a continuare a costruire immagini nelle quali le donne possano riconoscersi senza doversi ridurre, spiegare o adattare. Immagini capaci di raccontare non soltanto come apparivano, ma chi erano.
Continuare a difendere quello spazio è il senso più profondo del mio lavoro.
Un’immagine alla volta.

























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