Corpo, arte e intelligenza artificiale: il mio intervento a Palazzo Barberini su invito del Ministero della Cultura
- Donatella Nicolini
- 20 dic 2025
- Tempo di lettura: 4 min

Nei giorni scorsi sono stata invitata a intervenire come relatrice a Palazzo Barberini, Roma, nelle Gallerie Nazionali di Arte Antica, all’interno del convegno promosso dal Ministero della Cultura – Cinecittà dal titolo “IA: l’algoritmo, censura del XXI secolo”.
È stata un’esperienza intensa, anche emotiva, perché il tema non è solo “tecnologico”: è profondamente umano. E riguarda da vicino chiunque lavori con le immagini, con il corpo, con l’identità. In particolare, riguarda chi, come me, racconta la maternità e il corpo femminile come linguaggio artistico, non come contenuto da filtrare.
Il contesto: l’arte nell’era dei filtri automatici
Il convegno si è articolato in quattro panel e ha messo al centro una domanda scomoda: quanta libertà espressiva resta, quando a decidere cosa è “ammissibile” non è più un essere umano, ma un algoritmo?
Tra i temi affrontati:
la lunga storia della censura del corpo umano (dall’arte classica al digitale),
il “pudore” riscritto dalle piattaforme,
il nuovo puritanesimo digitale tra musei e social,
bias, etica e potere nell’intelligenza artificiale.
Il fatto che questa riflessione avvenga in un luogo come Palazzo Barberini ha un valore simbolico enorme: sei circondata da secoli di rappresentazioni del corpo, della bellezza, del sacro e della fragilità umana… Mentre fuori, nel mondo digitale, la stessa rappresentazione può essere oscurata con un click, senza appello, senza contesto.
Il mio panel: musei, social e il nuovo puritanesimo digitale
Io ho partecipato al Panel 3, intitolato:
“Il corpo dell’arte e l’arte del corpo. Nudi proibiti: musei, social e il nuovo puritanesimo digitale”
Insieme a me, nello stesso panel:
Donato Carrisi, con un intervento su IA tra realtà e finzione,
Jago, sul rapporto tra arte e censura ai tempi dell’IA
Il panel è stato, per me, il punto di incontro perfetto tra tre mondi che spesso viaggiano separati: arte, industria digitale e cultura istituzionale. E quando questi mondi si parlano davvero, succede qualcosa di importante: la questione smette di essere “un problema di social” e diventa ciò che è: un tema di libertà culturale.
Il tema che ho portato: “Corpi negati”
Il titolo del mio intervento è stato:
“Corpi negati: chi decide la verità del corpo nell’era dell’Intelligenza Artificiale”
Ho voluto partire da un punto semplice, eppure spesso ignorato:oggi la censura non colpisce solo “l’arte” in senso alto. Colpisce anche il lavoro quotidiano di chi crea immagini con intenzione, cura e responsabilità.
Nel mio abstract ho parlato di un meccanismo preciso:gli algoritmi limitano la visibilità del corpo femminile e materno in modo automatico e privo di contesto, e questo produce effetti molto concreti:
riduzione della diffusione delle opere,
alterazione della percezione pubblica del nudo,
condizionamento di modelli di business fondati sulla visibilità digitale.
Detto ancora più chiaramente: non è solo una questione “morale” o “culturale”. È anche una questione economica e professionale. Quando il tuo lavoro vive (anche) online, l’algoritmo non è neutro: può diventare un gatekeeper invisibile.
Maternità, corpo e sacralità: il paradosso contemporaneo
C’è un paradosso che mi accompagna da anni: la maternità è universalmente riconosciuta come uno dei simboli più potenti della vita, eppure nel digitale può essere trattata come un contenuto “problematico”.
È come se avessimo costruito un mondo in cui:
il corpo femminile è ovunque, ma spesso solo quando è conforme a un certo sguardo;
la nudità è accettata se è “commerciale”, ma diventa sospetta se è artistica, materna, vera.
In questo senso, l’algoritmo non censura solo un’immagine: censura un significato. E quando censuri un significato, non stai “proteggendo” nessuno. Stai semplificando il mondo.
Cosa mi porto a casa da Roma
Da questa giornata mi porto via tre idee fortissime:
La cultura deve entrare nella conversazione sull’IA con autorevolezza. Non possiamo delegare le regole del visibile a logiche nate altrove, senza un confronto con la nostra storia artistica e con la complessità europea.
Il contesto è tutto. L’arte esiste perché esiste un contesto: un museo, un libro, una didascalia, una tradizione, un’intenzione. Se togli il contesto e lasci solo “pixel + classificazione”, perdi il senso.
Chi crea immagini deve imparare a difendere il proprio linguaggio. Non in modo polemico, ma strategico: con consapevolezza, con rete, con dialogo istituzionale quando serve.
Un grazie personale
Grazie al Ministero della Cultura, al Sottosegretario di Stato, Senatore Lucia Borgonzoni per l'invito: per me è significativo non solo come traguardo professionale, ma come segnale.
Significa che la fotografia, anche quella legata alla maternità, può e deve sedersi ai tavoli dove si decide il futuro del visibile.
E grazie a Monica Maggioni per la moderazione: quando un tema è delicato, la qualità delle domande e il ritmo della conversazione fanno la differenza tra un “panel” e un momento che resta.
Perché questo tema riguarda anche te
Se sei un’artista, un fotografo, un creativo, o semplicemente una persona che comunica online, questa domanda ti riguarda:
chi decide cosa possiamo vedere?
Perché quando la risposta diventa “un sistema automatico”, allora non stiamo parlando solo di tecnologia. Stiamo parlando di:
cultura,
libertà,
responsabilità,
identità.
E sì: anche di maternità. Perché il corpo materno è, da sempre, uno dei luoghi più sacri e più politici del mondo.




























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